23.VIII.2001
La casa di Maria Campana De Micheli
via dante, 26 – 73042 casarano (lecce)
La casa di Maria Campana De Micheli
via dante, 26 – 73042 casarano (lecce)
installazione e performance
Fernando Schiavano (Xlavio)
testi Ilaria L’Abbate
Antonio Lupo
foto Andrea Morgante
supporti video
Raffaele Schito
si ringraziano
Raffaele Schito x NTARTEI Production, Milano
Transiti Ass. Culturale
si ringraziano
Raffaele Schito x NTARTEI Production, Milano
Transiti Ass. Culturale
Si intitola visite a domicilio la mostra personale di Fernando Schiavano, che si tiene soltanto questa sera a Casarano presso l’abitazione di Maria Campana De Micheli grazie all’iniziativa delle associazioni culturali TRANSITI e NTARTEI PRODUCTION.
L’intervento si svolge in uno spazio privato, dove vengono sperimentate nuove dinamiche di comunicazione nell’ambito di una realtà, distante dall’arte contemporanea. L’evento segna una tappa eccezionale nell’ambito della produzione dell’artista proprio per il luogo in cui si assiste all’incontro tra l’artista ed un pubblico, che per motivi culturali o di altro genere non usufruisce generalmente dell’arte contemporanea in spazi privati.
La Casa ha una valenza simbolica nell’immaginario dell’artista come luogo in cui strati di storia quotidiana si sovrappongono come segni di un linguaggio riconoscibile tanto agli occhi dell’artista quanto al pubblico, comprendente innanzitutto l’anziana padrona di casa.
L’ evento si svolge in tre fasi, corrispondenti a diverse stanze della casa.
Nell’atrio, a cui si accede dalla strada, viene proiettato un video in loop di Raffaele Schito sull’artista e nella fattispecie su tre opere; tale illustrazione verrà intervallata da scene in cui vengono ripresi “fedeli” accorrere numerosi in un luogo non meglio precisato, in parallelo ai visitatori di questa mostra:
- Pater-Mater (Casarano, 1992), opera presentata alla collettiva dal titolo
“1 Crocevia” ideata da Nicola Sansò;
- Ex-vuoto (Casarano, 1993), esposta nell’ambito della mostra intitolata “Obliqua” a cura di Anna D’Elia;
- Famiglia (Cortona, 1994) esposta in occasione della mostra “Isole del disordine” a cura di Marco Scotini
All’interno del soggiorno ha luogo una performance, ripresa e proiettata sul muro dell’atrio: simbolicamente viene offerto in dono da parte di Fernando Schiavano alla padrona di casa il saccune, una stoffa di trama consistente che in passato serviva ad avvolgere i materassi. Su questa stoffa sono aperti quattro buchi, da cui si introducono cacchiame, e pupuligni, che in aggiunta ad altri materiali, costituivano l’antico letto.
La stessa stoffa viene piegata e conservata in una cassapanca dalla figlia e dalla nipote della signora De Micheli, a voler rappresentare il passaggio rituale della tradizione attraverso tre generazioni.
Dunque l’ ultima stanza della casa e della mostra, intitolata “Danza della pioggia”: la camera da letto in cui campeggia il letto matrimoniale, oggetto fondamentale per l’artista, come luogo di sogni, di vita e anche di morte. Dinanzi a questo letto sono disposte come in un’ara pagana i lampi e i tuoni, rappresentati da “lance”, come armi “in tregua”, composte da materiali di risulta come ferri vecchi ed altri oggetti che afferiscono sempre alla tradizionale sfera domestica e deposte su una stoffa azzurra, a simulare il cielo e invece sospese su una sbarra a diversi livelli sono disposte campane, la cui immagine è riflessa su specchi: il virile ed il femminile. (Ilaria L’Abbate)
intervento
dono
Sudario


lavoro domestico
Questa visita a domicilio di Fernando Schiavano ha il senso del ritorno e del recupero della memoria. E’ accompagnata dal rito della consegna di un dono e dall’effimero di una sua nuova installazione di oggetti del passato. Una performance attraverso la quale egli vuole simbolicamente ricordare il nostro debito nei confronti della continua espropriazione della cultura delle origini, quasi a voler annullare la distanza che ce ne separa, riportandoci alle radici più autentiche della nostra identità.
Custode ed esperto conoscitore di stili di vita quotidiana d’un tempo, ci fa riscoprire inusuali potenzialità espressive negli oggetti desueti, dopo aver ricostruito il vissuto di tante “storie”, raccontategli durante la sua esperienza di lavoro come operatore socio- assistenziale.
La sua ricontestualizzazione “assemblata” di elementi minimali o ancestrali, come l’insieme di campanelle che si riflettono negli specchi accanto a quello giustapposto delle cinque armi arrugginite (una dualità ricorrente), avviene questa volta all’interno di uno spazio privato, l’abitazione superstite di una persona anziana, in una strada di negozi e uffici.
Si avvera perciò l’idea di fare arte nei luoghi “propri”, familiari, lì dove risuona l’autenticità dell’opera, così come dell’ambiente, delle persone e delle situazioni.
Attraverso questo intervento, quindi, Fernando libera la sua e la nostra fantasia, svelando significati nascosti, risemantizzando segni archetipici.
Da una parte le primitive testimonianze di arcaici ritmi vitali, dall’altra la campanella, vero “emblemata loci” che continua ad accomunarci, rafforzando la nostra appartenenza alle stesse radici.
Così, i fili che ci collegano ad un passato spesso dimenticato, ma sempre presente, potenziano l’immaginazione di ognuno di noi, rendendoci più consapevoli delle radici del nostro vissuto, in una continuità che ci trasporta verso esiti inusuali.
Fuori da vincoli e da schemi iconico-visivi abituali, manufatti artigianali diversi nelle dimensioni, nei materiali e nelle forme, in questo caso i tuoni e i fulmini di una propiziatoria danza della pioggia, si assemblano armonicamente, caricandosi di forti suggestioni nella loro valenza estetica e antropologica. Con questo insieme di linee, volumi, colori, attinto al patrimonio della cultura materiale e dell’immaginario collettivo, Fernando riesce a esprimere la gioia pura del creare, in una sintassi continuamente “reinventata” e imprevedibilmente “rideterminata”. Tutto ciò può servire ad allontanarci dai falsi miti e dalle continue mistificazioni della omologante società consumistica. (Antonio Lupo)
Custode ed esperto conoscitore di stili di vita quotidiana d’un tempo, ci fa riscoprire inusuali potenzialità espressive negli oggetti desueti, dopo aver ricostruito il vissuto di tante “storie”, raccontategli durante la sua esperienza di lavoro come operatore socio- assistenziale.
La sua ricontestualizzazione “assemblata” di elementi minimali o ancestrali, come l’insieme di campanelle che si riflettono negli specchi accanto a quello giustapposto delle cinque armi arrugginite (una dualità ricorrente), avviene questa volta all’interno di uno spazio privato, l’abitazione superstite di una persona anziana, in una strada di negozi e uffici.
Si avvera perciò l’idea di fare arte nei luoghi “propri”, familiari, lì dove risuona l’autenticità dell’opera, così come dell’ambiente, delle persone e delle situazioni.
Attraverso questo intervento, quindi, Fernando libera la sua e la nostra fantasia, svelando significati nascosti, risemantizzando segni archetipici.
Da una parte le primitive testimonianze di arcaici ritmi vitali, dall’altra la campanella, vero “emblemata loci” che continua ad accomunarci, rafforzando la nostra appartenenza alle stesse radici.
Così, i fili che ci collegano ad un passato spesso dimenticato, ma sempre presente, potenziano l’immaginazione di ognuno di noi, rendendoci più consapevoli delle radici del nostro vissuto, in una continuità che ci trasporta verso esiti inusuali.
Fuori da vincoli e da schemi iconico-visivi abituali, manufatti artigianali diversi nelle dimensioni, nei materiali e nelle forme, in questo caso i tuoni e i fulmini di una propiziatoria danza della pioggia, si assemblano armonicamente, caricandosi di forti suggestioni nella loro valenza estetica e antropologica. Con questo insieme di linee, volumi, colori, attinto al patrimonio della cultura materiale e dell’immaginario collettivo, Fernando riesce a esprimere la gioia pura del creare, in una sintassi continuamente “reinventata” e imprevedibilmente “rideterminata”. Tutto ciò può servire ad allontanarci dai falsi miti e dalle continue mistificazioni della omologante società consumistica. (Antonio Lupo)








